Lo splendore del vero

Il bello è essenzialmente il modo stesso con cui la verità si mostra, quel bello che Platone amava definire, in uno dei suoi passi, “lo splendore del vero”. E se lo splendore è la lucentezza, l’incanto, tutto ciò che non lo è, è il contrario di sé: l’ombra, il buio. Necessari, indispensabili a definire forme e confini, netti ed evanescenti, certi e in divenire della luce. È il potere della forma immateriale, intangibile, che nell’unità della differenza luce/ombra, dona una plasticità virtuale, un’illusione ottica che solo il tatto può sconfessare ma non la vista, che si bea delle armonie della “materia” impalpabile. Davide Groppi è un light designer, un produttore di lampade per la sua omonima azienda o come lui stesso definisce il suo team “siamo persone che fanno lampade, senza particolari speculazioni intellettuali”. Tutto vero ma forse qualcosa viene omessa in questa definizione di se strettamente funzionale a tracciare un ruolo e una competenza. E lo si capisce dalla home del suo sito, quanto mai spoglia, pochi percorsi di navigazione, un segno grafico gestuale rosso e una frase piccola in basso a destra, quasi timida ma suona come un urlo: “Le nostre lampade sono tutte fatte qui, sul posto, ogni giorno, con amore…”. Quell’”amore” è una certezza, una scommessa dell’anima, l’unico modo, potente e lieve allo stesso tempo, per avere a che fare con la luce, offrendola nella sua delicata natura intrinseca. Semplicità, leggerezza, emozione, invenzione, “in ogni lampada mi piace riconoscere uno di questi elementi”, e il concetto di invenzione, secondo Groppi, deve avere leggerezza ed emozione. E poi coerenza e diversità, per affermare con incisività il carattere di un marchio e la sua riconoscibilità perché “diverso è fondamentale per essere riconoscibili, un gesto animale, come la zebra”. E si rivela Davide Groppi, quando parla della diversità, in tutta la sua consapevolezza, che si nutre di matematica e filosofia, di logica e di dialettica, e di quell’Eraclito che seduce con la teoria degli opposti; di Sant’Agostino che ricerca la verità, quella verità che è nella luce; di Platone che nel mito della caverna pone la questione dialettica luce/ombra e di Caravaggio che nella “Cena in Emmaus” illumina il cibo e affonda la scena nell’ombra della stanza. E la luce nel piatto è sicuramente per Davide Groppi un segno di riconoscibilità del suo pensiero, lo splendore del vero nel cibo, che passa dalla natura alla cultura attraverso le cotture, le forme e la luce che ne ridefinisce proporzioni e profondità attraverso le ombre. È quell’affascinante mondo dell’antropologia culturale che anche la luce può narrare.

Testo di Rosita Romeo