L'evoluzione del segno

Se lei pensa che ho iniziato a fare l’architetto a 40 anni…anzi 41”. Questa è la frase che avrei voluto sentire e che non mi sarei mai aspettata, tranne se avessi studiato per filo e per segno il curriculum di Massimo Iosa Ghini per non trovarmi mai e poi mai impreparata. Buona regola che non osservo mai, non tanto per indisciplina endemica, quanto per allergia endemica, questa sì, alle pre-categorie mentali che fisiologicamente avrebbero ragione di esistere se leggessi pedissequamente i curriculum. Incontro Massimo Iosa Ghini nel suo studio di Bologna, all’interno di un austero palazzo del 1300 in una via centralissima di Bologna. Classe 1959, una laurea in architettura e un divenire professionale che fa gridare “grazie al cielo ci sono i creativi”, quelli puri, che spostano il punto di vista, che hanno il coraggio del “possibile altrimenti”, che passano con nonchalance dall’universo bidimensionale e quello tridimensionale, e dalle poetiche ragionate dell’illustrazione, ai rigori della progettazione architettonica. L’architetto Iosa Ghini, fisico e sguardo severi, racconta i suoi passaggi professionali che segnano i momenti evolutivi della sua carriera in un divenire dal ritmo insolito e affascinante: illustratore grafico, industrial-designer, architetto. I primi due, atti puramente singoli, come ama definirli. Il secondo, collegiale, attività che svolge prevalentemente oggi. La storia di Iosa Ghini, la “lettura” dei suoi progetti, non interessano per magnificare, lusingare oltremodo un progettista che ha già abbondantemente appagato l’autoaffermazione dell’ego, se mai ce ne fosse stato bisogno, con la riconoscibilità del suo segno in tutto il mondo. Quello che interessa sapere è, attraverso la lettura dei suoi progetti, la funzione sociale dell’architettura e la sua semiotica, la lingua e la parola del prodotto architettonico, la coscienza collettiva e la manifestazione individuale. “Io sono un romagnolo, di Imola. In effetti Imola è bolognese e quindi emiliana, ma per noi imolesi è l’ultima parte della Romagna. E ho le caratteristiche tipiche della Romagna, fra cui la generosità che implica il non dover misurare sempre e comunque le cose. E credo che quando si ha un talento bisogna condividerlo, profonderlo generosamente che è poi l’unico modo di essere creativi”. Perchè? “La creatività ha la caratteristica di avere un alto indice di mortalità. Per avere due, tre idee, progetti interessanti, che funzionino, bisogna progettarne cento. È un modus operandi particolarmente italiano, il nostro modo di essere alternativi ad altri. Ad esempio, negli anni Ottanta, nonostante il design fosse già ampiamente diffuso, siamo stati capaci di inventarci il fashion. Credo che la generosità sia importante nel processo creativo e che proprio per questo il processo creativo stesso determina molta dispersione”. Con questo modo di essere Massimo Iosa Ghini è passato negli anni dall’illustrazione per griffe come Armani, Krizia, Ferrè, alla grafica per periodici, per poi incontrare Ettore Sottsass e far parte del gruppo Memphis negli anni Ottanta e poi del Bolidismo, il movimento artistico e culturale creato da una ventina di giovani architetti e designer formatisi all’Università di Firenze, che aveva come tema dominante la velocità. Successivamente l’incontro e la collaborazione con Patrizia Moroso e Igort, il marito, per poi approdare definitivamente all’architettura. Un’escalation che percorre tutti gli stadi del segno, dalla concettualizzazione massima alla sua materializzazione stessa. Ed è Iosa Ghini stesso a definirne ambiti, confini, caratteri, funzioni. “L’illustrazione, il design, sono atti singoli Il processo è estremamente analitico per poi concludersi in un’intuizione. Indubbiamente è un atto singolo, per tradizione è singolo. L’architettura può essere, invece, definito un atto collegiale. L’organizzazione, la multidisciplinarietà è fondamentale per un organismo “mutante” qual è un prodotto architettonico che necessariamente deve sottostare a regole normative ed economiche che possono modificare in itinere il segno progettuale, prestando molta attenzione a cogliere nelle mutazioni i giusti input per migliorare in ogni caso l’idea originaria. Il progetto di architettura significa innanzitutto partecipazione, team, interpretando prima di tutto le esigenze delle persone, soprattutto quando ad essere progettati sono ad esempio uffici, luoghi di lavoro che si sostituiscono alla casa per molte ore al giorno”. Nella logica della progettazione che si adatta alle funzioni e non viceversa, le company sono sicuramente l’ambito progettuale più esigente. “Sicuramente. Uno dei progetti più interessanti in questo senso, con una committenza illuminata, è stato sicuramente quello degli uffici delle Pagine Gialle. Abbiamo fatto un gruppo di lavoro parlando con l’ufficio personale, cercando di interpretare l’azienda con le proprie particolarità ed esigenze. Era una necessità progettare spazi che tutelassero la privacy, considerando che l’azienda tratta dati sensibili, ma d’altra parte era molto interessante avere spazi aperti, ariosi, luminosi, personalizzando le postazioni di lavoro. Con gesti ed elementi semplici è stata data a ogni dipendente l’opportunità di personalizzare il proprio luogo di lavoro scegliendo, per esempio, tra le tante cose, il colore della sedia o la tipologia di illuminazione.Concept diverso per gli uffici di IBM “Nel caso di IBM, Executive Briefing Center, invece, le esigenze erano diverse e l’intervento risponde ad altre necessità, quelle di concepire gli spazi dedicati all’incontro fra aziende e clienti. In questo caso la committenza offre servizi alle aziende, dalle consulenze all’organizzazione dei meeting. Ogni rapporto azienda/cliente è differente per tipologia, target, mission, e quindi gli spazi di incontro sono pensati proprio per adattarsi puntualmente alle necessità specifiche” Ferrari. Gli store della Ferrari. Il suo nome è ormai fortemente legato agli store di tutto il mondo della casa di Maranello. Entriamo nel campo del brand design, della comunicazione fra prodotto e cliente, fra marchio e contesto urbano. “Ferrari è un elemento di forza del paese che va usato in modo incisivo. Abbiamo fatto un primo concept nel 2002 e poi è stato rinnovato. Il mio compito è stato quello di interpretare le esigenze di un marchio partendo da un’idea che lo spazio deve comunicare la propria unicità, indiscutibilmente Ferrari. L’elemento deve essere storico, formale e materiale. Il riferimento è la vettura ma non solo. Soprattutto ciò che produce Ferrari e il mondo che c’è dietro alla vettura. Oggi se si vuole rappresentare il sistema Italia come capacità di rappresentare quello che c’è di nuovo e di positivo in questo Paese non si può non pensare al marchio Ferrari.” Ritorna, perché ciò che si ha dentro non muore mai, il bolidismo degli anni Novanta, movimento, leggerezza, divenire, azione.

Testo di Rosita Romeo