L'anima delle cose

Se le cose fossero cose e basta non esisterebbe l’anima delle cose. Se le cose fossero solo cose non esisterebbe l’arte, quell’expressio, spremitura, quel venir fuori di un dentro, che investe con brutale grazia la coscienza e lo spirito, innescando uno dei più affascinanti miracoli della vita e delle relazioni, siano esse fra uomini, fra uomini e cose, e paradossalmente fra cose e cose, che è l’empatia. Vita che sente vita, condizione imprescindibile per la possibilità dell’arte. La mostra di Igor Mitoraj ad Agrigento nella Valle dei Templi scruta la profondità dell’empatia fra le cose, fra arte e architettura, mondi separati nei quali si intuiscono quelle parallele convergenze che rendono possibile ciò che sembra improbabile. Francesco Brunarelli, segretario della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, nella presentazione della monografia “Igor Mitoraj nella Valle dei Templi” (ed. verbavolant) definisce le relazioni fra gli antichi resti della civiltà classica e le gigantesche sculture frammentate di Mitoraj, come un muto dialogo. Già, un muto dialogo il cui fondamento non può prescindere dall’animo di chi guarda che riempie la forma di contenuto. È una sorta di condivisione reciproca fra corpo e mondo secondo le affascinanti grammatiche del sentire. Quel sentire che Mitoraj spiega nella stanza della sua casa-laboratorio di Pietrasanta, davanti a un camino acceso che arde, arde fortemente, e dietro il fuoco vivo si staglia un volto frammentato, uno dei volti di Mitoraj in ferro, e dice: “Si dovrebbe insegnare a guardare, sentire, l’arte. Platone diceva che la bellezza non va guardata con gli occhi ma con il terzo occhio, che è quello dell’anima. L’arte non può essere solo estetica, perché le forme che si rifanno solo ai canoni estetici non lasciano nulla. Un’opera d’arte riflette quello che ognuno ha dentro di se, ci rimanda l’immagine o il desiderio più intimo”. Mitoraj cita Platone così come le sue sculture si rifanno alla mitologia greca, Eros, Dedalo, Ikaro, un’immaginifica Ikaria, che denunciano una forza eroica, drammatica, nei loro corpi perfetti nell’essere segnati dal divenire del tempo, che Mitoraj interpreta mutilando, screpolando, bendando, gli universali estetici della classicità. Platone scriveva nella Repubblica che “chi crede nell’esistenza del bello in sé ed è in grado di scorgere sia la sua essenza sia le cose che ne sono partecipi, senza confondere queste con l’essenza e l’essenza con queste, vive senza dubbio in uno stato di veglia”. Ed ecco perché la Valle dei Templi ad Agrigento, dove quell’essenza che rimanda a Platone, sollecita sensazioni, emozioni e un’empatia che travalicano le “leggi” del rapporto esclusivo fra opera e contemplatore. È il non contemporaneo che diventa contemporaneo, in un dialogo fitto non solo fra arte e architettura ma fra assolute bellezze che si incontrano al di là del tempo, al di là dei luoghi, scuotendo quelle sensibilità che vibrano nel profondo dell’inconscio, oltre la cultura dell’individuo, dal più semplice al più complesso. “Per me la mostra nella Valle dei Templi è stato un sogno che si è avverato. Lì c’è un’energia fantastica, è un luogo sacro, mistico” – racconta Mitoraj, con la sua voce calma, serena e l’espressione placida che ricorda quella della sue sculture. “Quelle architetture hanno un’anima ed esprimono la sacralità dell’uomo allo stesso modo dell’arte greca, con quella precisa forza. È stato un lavoro complesso, di ricerca e di rispetto, cercando di non invadere gli spazi e di fare in modo che da qualsiasi punto di osservazione ci fosse sempre una visione di insieme, una visione che riuscisse a collegare in modo naturale le sculture all’architettura, senza che l’una avesse il sopravvento sull’altra. È la più bella installazione che abbia mai fatto, la più emozionante, in uno spazio aperto che proprio per questo, è alla portata di tutti, senza il rigore degli ambienti di una galleria che irrigidiscono il contatto fra le opere e il visitatore. Con le mie sculture - continua il Maestro - di solito si crea un rapporto corporeo, come se si avvertisse la necessità di toccarle”. È un’esperienza partecipativa nella quale la dimensione corporea fa rinascere la tridimensionalità della scultura che l’occhio riduce in immagine a due dimensioni, generando quel rapporto reciproco, complesso e multisensoriale fra scultura e fruitore. Un sentire corporeo e di senso, senso inteso come significato, che potrebbe perdersi quando avvicinandosi a una scultura maestosa di Mitoraj non si coglie il senso della scultura stessa perché l’occhio, per angolo di veduta, non riesce a comprendere l’opera nel suo complesso. Se non fosse per quegli intarsi nei quali, come in un gioco dedalico, di rimando reciproco fra generale e particolare, trovano spazio piccole sculture. “Riferimenti geometrici -li chiama Mitoraj- e il desiderio di far vedere a chi si avvicina alla scultura una più piccola”. Ma non solo. Si potrebbe ripetere all’infinito la relazione ora deduttiva, ora induttiva, fra cose di proporzioni diverse, secondo quel muto dialogo che si autorigenera con una molteplicità di rimandi che non trovano soluzione di continuità: fra il generale e il particolare delle sculture di Mitoraj; fra Dedalo e Ikaro Caduto e il Tempio della Concordia; fra il Grande Toscano e La Défense di Parigi; fra Ikaria e i Mercati di Traiano a Roma. Così come i miti greci -amputati, bendati, screpolati, segnati da un tempo che sceglie la materia “alterata” a testimonianza del suo passaggio-, trovano collocazione naturale nella Valle dei Templi di Agrigento o ai Mercati di Traiano a Roma, per una meravigliosa alchimia fra le forze delle linee di matrice diversa, anche nella modernissima Défence di Parigi le sculture di Mitoraj trovano il loro posto, ed è quello giusto. “È il contrasto fra le due cose che funziona molto bene, come se ci fosse una specie di simbiosi fra l’opera e l’architettura, integrandosi e completandosi l’una con l’altra”, dice Mitoraj mentre tiene fra le dita il suo toscano. Di certo non si coglie nei palazzi della Défence nessun antroporfismo, ma l’esasperazione concettuale non è poi così distante dalla forza delle linee del Grande Toscano, e se si indugia a guardare si può individuare l’identico nel diverso.“Nel caso de La Défence di Parigi, così come negli altri casi nei quali l’arte è chiamata a dialogare con l’architettura –ricorda il Maestro- c’è stata una fitta collaborazione con gli architetti. È un percorso inevitabile visto che le opere stesse sono chiamate a mantenere nel tempo e nello spazio una relazione costante”. Il tempo come misura che seleziona e distingue la bellezza da ciò che bellezza non è, come spazio temporale necessario per dare senso a una forma che è solo l’ultimo atto del lavoro di un artista. E Mitoraj parla proprio del tempo necessario: “Per ogni mia opera, prima di passare alla realizzazione, c’è un percorso concettuale molto lungo. È un processo che richiede tempo e solo dopo aver individuato il senso che voglio dare a una scultura inizio a lavorare la materia dove poi tutto scivola via con molta facilità”. -Una sorta di materializzazione dell’anima…”In un certo senso sì. La cosa più dura è il passaggio dalla mente all’opera stessa. Ecco perché preferisco lavorare la creta, proprio perché è un materiale mediato solo dalla mano, contrariamente invece al marmo e alla pietra in genere, che necessitano di uno strumento per essere trasformati. Le mie sculture, anche quelle più grandi, sono fatte con i calchi in creta per poi passare in fonderia dove assisto a tutti i processi di lavorazione. Non c’è altro da fare se si crede ad un proprio progetto: lavoro, lavoro, lavoro”. Ed è proprio per il lavoro, è lui a definirlo così, che Mitoraj sceglie trent’anni fa Pietrasanta, dove c’erano, e qualcuna è rimasta, le migliori fonderie del mondo. Vide un capannone in disuso, fatiscente, decrepito e lo sceglie come casa-laboratorio, ristrutturandolo completamente. Spazi ampi, doppie altezze e un giardino, un polmone verde, senza il quale, probabilmente, non l’avrebbe scelto perché “il vero lusso è avere una casa con le piante, il verde, gli alberi. Non altro. E se non si ha il giardino si crea un patio, così come facevano i greci”. Il giardino che supera e smaterializza i confini disegnati dai muri, per gettare lo sguardo oltre gli apparenti confini stessi. Mi guardo intorno e mi trovo in un ambiente che ha l’atmosfera del loft e la sensibilità di una residenza intima con i muri che sono superfici animate dall’arte, dove ogni spazio è un luogo dell’anima. Sono circondata da opere d’arte. Anime diverse che si incrociano. Tutte opere di artisti che Mitoraj colleziona. Strano, quantomeno insolito perché gli artisti sono notoriamente autoreferenziali. Quadri e sculture ovunque e di un’ opera tiene a precisare l’artista, ripetendolo più di una volta, con un tono fra l’ammirazione e la gratitudine: “è di Tadeusz Kantor, il mio maestro”. È una frase piccola, breve, che commuove per questo modo essenziale di dire ancora “grazie”. L’intervista è finita. Una, una domanda ancora, avrei voluto fargli. Ma non ho avuto il coraggio, perché profondamente intima: ha mai gettato le braccia attorno alle sue sculture?

Testo di Rosita Romeo