Recupero virtuale

“La pittura agisce su due dimensioni, anche se può suggerirne tre o quattro. La scultura agisce su tre dimensioni, ma l’uomo ne resta all’esterno, separato, guarda dal di fuori le tre dimensioni. L’architettura invece è come una grande scultura scavata nel cui interno l’uomo penetra e cammina” (Bruno Zevi). Se è lo spazio interno, quello che non può essere rappresentato concretamente in nessuna forma, ma che può soltanto essere riempito e vissuto, diventa il protagonista del fatto architettonico. Se si vuole assegnare a pittura e scultura un limite, è quello di occuparsi “solo” dell’anima delle cose senza poter includere “fisicamente” il fruitore, che, pur essendo inondato dalla bellezza dell’opera, non può camminarvi dentro, assumendo il ruolo di spettatore, di ricevente. Che cosa accade “se“ questi spazi si mescolano contaminandosi? Se le dimensioni si confondono pur restando ben definite? Quando architettura e pittura, in particolare, si combinano e diventano parti di uno stesso progetto? “Nel coniugare le necessità dei volumi nel loro aspetto funzionale e di fruizione, elementi chiave dell’architettura, del mio mestiere” spiega l’artista di queste opere “con un concetto, e con la capacità di comunicare un’idea propri della pittura, la mia passione, allora è lì che si genera una situazione emotiva, una bellezza che comunica non solo il suo potenziale estetico, ma veicola un messaggio di senso”. Questo è ciò che scaturisce dalle tavole di Fabio Pradarelli, architetto per professione e artista visivo per passione. I suoi lavori nascono da fotografie di paesaggi urbani, stampati su carta o cartoncino e rivisitate secondo la tecnica del collage e del guaches e interpretano, anzi “sono”, contaminazione di spazi bidimensionali e tridimensionali, spazi della percezione e spazi dell’ uomo. Ed ecco che lo spazio della pittura, bidimensionale per definizione, in questa sorta di procedimento per vasi comunicanti, diventa anche spazio antropico. “Durante i miei viaggi scatto fotografie che poi trasformo, rivedo, rielaboro, componendovi considerazioni urbane e di riuso in termini di recycle architecture, il settore dell’architettura che si occupa di riciclare in modo concettuale e non quelli che sono spazi poco usati o usati male e trasformarli in qualche cosa che acquisti valore”, chiarisce l’architetto. Non si deve pensare, infatti, che l’esperienza spaziale dell’architettura si limiti al solo interno di un edificio e che lo spazio urbano abbia meno valore di questo. “L’esperienza spaziale propria dell’architettura si prolunga nella città, nelle strade e nelle piazze, nei vicoli e nei parchi, negli stadi e nei giardini, dovunque l’opera dell’uomo ha limitato dei vuoti, ha cioè creato degli spazi racchiusi”, è ancora una citazione di Zevi. Anche gli spazi urbani, dunque, rientrano nello spazio architettonico, che in questo caso si trasforma in comunicazione visiva. “Oggi dobbiamo partire da ciò che c’è, lavorando sull’esistente, nell’attenzione all’ambiente, non occupando altro territorio. Nel mio viaggio a Cuba, e non solo, non ho potuto fare a meno di notare come in città come l’Havana, Santiago, le costruzioni del regime giacciono ora come spreco di volumetrie e spazi (ex capannoni, caserme) che potrebbero essere sfruttati come risorsa”, racconta Pradarelli, che evidenzia anche come il dibattito architettonico internazionale si concentri spesso sulle tematiche del recupero territoriale. Un’operazione, la sua, che si collega a quei movimenti artistici d’avanguardia che negli anni Ottanta hanno lasciato lo status di collettivo per virare su progetti individuali e sul concetto di sovrastruttura dove l’oggetto artistico non è inventato dal nulla ma tendenzialmente reinterpretato e trasformato. La reinvenzione non solo di oggetti dunque, ma di edifici, discariche, gallerie che attraverso l’arte diventa un modo per comunicare, per mandare un messaggio, per infondere nuova vita. “Quello che faccio con le mie tavole è a volte ciò che non andrebbe mai fatto, è esasperare lo stato delle cose per evidenziare un problema, creare un motivo di angoscia per ribellarsi a questo scempio. Cerco poi, con difficoltà, di riportare la mia arte nel lavoro, inseguendo un equilibrio tra gli spazi del lavoro, della professione, dell’esteriorità, dell’interiorità e dell’uomo”.

Testo di Giulia Seraghiti