Gli spazi dell'arte

Controllare gli spazi e possedere le cose, questa la sfida dell’uomo sin dalla notte dei tempi. Una sfida ancor più alta quando il terreno di gioco è la casa, quando lo spazio da organizzare è quello domestico e quando gli oggetti al suo interno sono opere d’arte. Elisabetta Ubaldi, con un approccio atipico di rimandi comunicativi fra arte e architettura, interviene su una costruzione a schiera su quattro livelli inizialmente divisa in piccoli ambienti con un prospetto principale su una via a grande scorrimento, e quello secondario su un piccolo giardino privato. Un lavoro di intesa fra l’architetto Ubaldi, il collega Riccardo Valentini e la committenza, una coppia “illuminata” che ha manifestato sin dall’inizio l’esigenza di una casa che avesse la luce e gli spazi “minimi” come elementi caratterizzanti. L’abitazione accoglie una collezione di opere d’arte da tutto il mondo, quadri, sculture, mobili di design esclusivo. Il panorama cui aprire lo sguardo è interno. È quell’esterno che entra in casa, veicolato dalla forza e dalla ricchezza dell’arte. L’edificio disegna la cornice di una residenza che diventa “galleria” d’arte. La ristrutturazione ha permesso la demolizione di quella parte di murature che ostacolava il passaggio della luce trasformando letteralmente la capacità del fabbricato di riceverla e distribuirla per tutta la giornata. La necessità alla base del progetto è stata quella di catturare il sole ove possibile e la scala -elemento distributivo centrale ad alto impatto estetico- con struttura in ferro, pedate e pianerottoli in vetro, consente l’amplificazione della luce zenitale che vi incide da ampi lucernai, cangiante di ora in ora. I volumi sono neutri e totalmente bianchi, tutto è quanto più puro e trasparente possibile per far parlare spazi e oggetti. Non per possedere, dunque, ma per esprimere, per donare. Non una semplice sottrazione, ma un far posto ad altro, per ospitare non solo le cose, ma la loro anima. Un aspetto, questo, in cui si ritrova il senso originale della poetica minimalista, quella di scoprire l’essenza dei volumi stessi, che in questo caso vengono messi a servizio della contemplazione dell’arte. «Questo progetto mi somiglia molto, è fondamentale per me accettare la sfida che mi propone lo spazio, nel piccolo come negli edifici più complessi –spiega l’architetto Ubaldi–. Un’esigenza che probabilmente deriva dal mio aver vissuto e lavorato in certi luoghi, dall’esperienza in spazi storici, da quelli più estesi delle piazze di Firenze, durante il periodo accademico, a quelli stretti dei borghi medievali del Montefeltro, fino alla sconfinatezza del mare. Mi piace l’idea dell’“infinito”, dell’espansione dei confini, e pertanto cerco costantemente di restituire continuità, eliminando ove possibile le “frontiere”, trasmettendo fluidità, ampiezza e unificando punti di vista di diversa profondità attraverso collegamenti e aperture da un ambiente all’altro. In tutto questo lavoro concettuale sullo spazio, diventa assolutamente necessario progettare la luce che è, invece, quanto di più evanescente in termini di forma e materia ma quanto mai necessaria per comprendere la ragione di uno spazio». I materiali sono quelli della natura, il legno, il vetro, il ferro, in un gioco di accostamenti essenziali e diretti. Semplici e necessari.

Testo di Giulia Seraghiti
Foto di Amati Bacciardi S.n.c.